Alì Hosseini Khamenei, attuale guida suprema, è figlio di un chierico di modeste condizioni economiche nella città-santuario di Mashhad, nell’Iran orientale, Khamenei mosse i suoi primi passi da radicale nel clima febbrile dei primi anni ’60. L’allora scià Mohammad Reza Pahlavi aveva lanciato un importante progetto di riforma, ampiamente respinto dal clero conservatore del Paese. Da giovane studente di teologia a Qom, centro di studi teologici, Khamenei si era immerso nelle tradizioni dell’Islam sciita e nel pensiero radicale del leader emergente dell’opposizione conservatrice, l’ayatollah Ruhollah Khomeini.
Alla fine degli anni ’60. Imprigionato ripetutamente dai temuti servizi segreti iraniani, Khamenei poté comunque prendere parte alle vaste proteste del 1978 che alla fine convinsero lo Scià a fuggire e permisero a Khomeini di tornare. Pupillo di Khomeini, scalò rapidamente i vertici del regime radicale che prese il potere e, nel 1981, dopo essere sopravvissuto a un attentato che lo privò dell’uso di un braccio, fu eletto alla carica, di presidente. Alla morte di Khomeini nel 1989, Khamenei fu scelto come suo successore, dopo che la costituzione era stata modificata per consentire a qualcuno con qualifiche clericali inferiori di assumere il ruolo e con poteri molto più ampi di prima. Khamenei li utilizzò rapidamente per consolidare il suo controllo sull’apparato tentacolare e frammentato dello stato iraniano post-rivoluzionario. Una base di potere chiave era il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il cuore pulsante del nuovo regime, una potente forza militare, sociale ed economica. All’estero, Khamenei ha scelto di investire massicciamente nel cosiddetto asse della resistenza: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, il movimento Houthi in Yemen e un variegato assortimento di milizie militanti islamiche in Siria e Iraq. Khatami (non è stato guida suprema ma un importante presidente “progressista”), come candidato riformista, vinse la presidenza con una valanga di voti, Khamenei gli concesse una certa libertà d’azione, ma lavorò duramente e spesso con forza per proteggere il nucleo del regime e la sua ideologia da qualsiasi inclinazione giudicata non opportuna. Nato nel 1943 ad Ardakan, una piccola città del deserto centrale dai ritmi lenti, Khatami entrò in parlamento nel 1980 come convinto sostenitore dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della rivoluzione islamica del 1979 e guida suprema dal 1979 al 1989. La sua reputazione liberale si sviluppò grazie al graduale allentamento della censura come ministro della Cultura tra il 1983 e il 1992. Khatami era favorevole al “dialogo fra le civiltà” e desiderava profondamente evitare lo scontro sia all’interno dell’Iran sia a livello internazionale. A pochi mesi dalla vittoria elettorale di Ahmadinejad nel 2005, Khatami mise in guardia da un’interpretazione “fanatica” dell’Islam. Venerdì scorso sono stati uccisi diversi alti comandanti militari, tra cui i principali consiglieri di Khamenei delle Guardie Rivoluzionarie, la forza militare d’élite dell’Iran: il comandante generale delle Guardie Hossein Salami, il capo del settore aerospaziale Amir Ali Hajizadeh, che dirigeva il programma missilistico balistico iraniano, il capo delle spie Mohammad Kazemi e Alì Shadami capo di stato maggiore nominato da appena 4 giorni. Nel sistema di governo iraniano, il leader supremo ha il comando supremo delle forze armate, il potere di dichiarare guerra e può nominare o revocare figure di alto livello, tra cui comandanti militari e giudici. Secondo una fonte che partecipa alle riunioni, Khamenei prende la decisione finale sulle questioni importanti, ma apprezza i consigli, ascolta attentamente i diversi punti di vista e spesso chiede ulteriori informazioni ai suoi consiglieri. Mentre affronta uno dei momenti più pericolosi nella storia della Repubblica islamica, Khamenei si ritrova praticamente isolato sia a causa delle recenti perdite dei suoi consiglieri sia dalla distruzione della coalizione iraniana “Asse della resistenza” che è stata duramente colpita da Israele. Il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, personalmente vicino al leader iraniano, è stato ucciso in un attacco aereo israeliano nel settembre dello scorso anno, mentre il presidente siriano Bashar al-Assad è stato rovesciato dai ribelli a dicembre scorso. Ci stiamo con tutta probabilità avviando verso un regime change ma ancora una volta, una nuova leadership politica più amichevole sia verso Israele che verso l’Occidente non è una conclusione scontata.

