Il conflitto tra Israele e il popolo palestinese è una delle controversie più lunghe e violente al mondo. Le sue origini risalgono a più di un secolo fa. Il giorno dopo la dichiarazione di indipendenza nel 1948, Israele venne attaccato e circondato dagli eserciti di cinque nazioni arabe. Il conflitto divenne noto in Israele come guerra d’indipendenza. Quando i combattimenti terminarono con un armistizio nel 1949, Israele controllava la maggior parte del territorio. Gli accordi prevedevano che l’Egitto occupasse la Striscia di Gaza, la Giordania occupasse la Cisgiordania e Gerusalemme Est e Israele occupasse Gerusalemme Ovest. Circa 750.000 palestinesi fuggirono o furono costretti ad abbandonare le loro case su territori che divennero Israele e finirono per diventare rifugiati. L’evento è noto in arabo come Nakba (Catastrofe). Negli anni successivi, centinaia di migliaia di ebrei abbandonarono o nel migliore dei casi furono espulsi dai paesi a maggioranza musulmana del Medio Oriente e del Nord Africa, e molti di loro si diressero in Israele. Ci sono state una serie di guerre tra Israele e le nazioni arabe. Si sono verificate anche rivolte – chiamate intifada – contro l’occupazione israeliana, e rappresaglie e repressioni da parte di Israele. Le conseguenze della storica disputa su questioni quali territorio, confini e diritti si fanno ancora sentire, e includono l’ultima guerra tra Israele e Hamas a Gaza. La cosiddetta Guerra dei sei giorni modificò i confini del Medio Oriente e ebbe gravi conseguenze per i palestinesi. Al termine dei combattimenti, Israele aveva conquistato la penisola del Sinai e Gaza dall’Egitto, la maggior parte delle alture del Golan dalla Siria e Gerusalemme Est e la Cisgiordania dalla Giordania. Circa un milione di palestinesi in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est passarono sotto il controllo di Israele. L’occupazione di queste aree da parte di Israele dura ancora oggi. Nel 1979 Israele firmò un trattato di pace con l’Egitto e restituì il Sinai, annesse Gerusalemme Est e le alture del Golan, rendendole parte di Israele, sebbene ciò non sia stato riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale. Oggi le trattative contemplano: la creazione di uno Stato palestinese sui confini pre-1967, con scambi territoriali minori ed equivalenti che consentirebbe a Israele di annettere alcuni insediamenti. Sia Israele che i palestinesi rivendicano Gerusalemme come loro capitale. Israele, che già controllava Gerusalemme Ovest, occupò Gerusalemme Est nella guerra del 1967 e in seguito dichiarò l’intera città capitale permanente. Sostiene che Gerusalemme non può essere divisa. I palestinesi rivendicano Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese. La maggior parte della popolazione di Gerusalemme Est è palestinese, e solo una piccola minoranza ha scelto di diventare cittadina israeliana. I luoghi sacri di Gerusalemme sono al centro del conflitto palestinese-israeliano. Il sito più sacro, noto ai musulmani come complesso della Moschea di Al Aqsa, o Haram al-Sharif (Nobile Santuario), e agli ebrei come Monte del Tempio, si trova a Gerusalemme Est. L’ONU considera Gerusalemme Est territorio palestinese occupato da Israele.
Israele dovrebbe ritirare le sue forze dalla Cisgiordania. Ai rifugiati palestinesi potrebbe essere offerto un risarcimento, il diritto di tornare non alle loro case, ma alla loro patria nello Stato di Palestina. In modo da non modificare, con il ritorno di alcuni rifugiati alle loro terre e case pre-1948, in modo percettibile la demografia di Israele. Sono circa 5,9 milioni i palestinesi registrati dall’ONU come rifugiati. Sono discendenti dei palestinesi che fuggirono o furono costretti ad abbandonare le loro case su un territorio che divenne Israele durante la guerra del 1948-49. La maggior parte vive in Giordania, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Siria e in Libano. I palestinesi insistono sul diritto dei rifugiati al ritorno, ma Israele lo nega. Critica l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi Unrwa, per aver permesso che lo status di rifugiato fosse ereditato dalle generazioni successive. La “soluzione dei due Stati” è una formula per la pace tra Israele e i palestinesi, sostenuta a livello internazionale. Propone uno stato palestinese indipendente in Cisgiordania e Gaza, con Gerusalemme Est come capitale. Coesisterebbe con Israele. Israele rifiuta la soluzione a due stati. Afferma che qualsiasi accordo definitivo debba essere il risultato di negoziati con i palestinesi e che la creazione di uno stato palestinese non dovrebbe essere una precondizione. L’Autorità Nazionale Palestinese sostiene la soluzione dei due Stati, ma Hamas no perché si oppone all’esistenza di Israele. Hamas afferma che potrebbe accettare uno Stato palestinese provvisorio basato sui confini de facto del 1967, senza riconoscere ufficialmente Israele, se ai rifugiati fosse concesso il diritto di tornare. Israele perderebbe poi il controllo militare sulla Cisgiordania, con conseguente riduzione della raccolta di informazioni, minore margine di manovra nelle guerre future e meno tempo per reagire a un attacco a sorpresa. Si troverebbe ad affrontare maggiori rischi per la sua sicurezza a causa di un corridoio Gaza-Cisgiordania. I servizi segreti israeliani non controllerebbero più quali palestinesi entrano ed escono dai territori occupati. Il Paese cesserebbe l’estrazione delle risorse naturali della Cisgiordania, compresa l’acqua, perderebbe profitti dalla gestione delle dogane e del commercio palestinese e pagherebbe l’ingente prezzo economico e sociale del trasferimento di decine di migliaia di coloni. Dall’altro lato della bilancia c’è la urgente necessità di porre fine al disprezzo internazionale e la conseguente emarginazione, quindi l’incentivo a ritirarsi dai territori occupati probabilmente aumenterà.

