Guerra permanente

Tregue, ultimatum, bombardamenti, sanzioni, nuovi negoziati e poi di nuovo guerra, l’Iran è diventato il teatro di una partita geopolitica nella quale la pace sembra sempre possibile, ma mai abbastanza conveniente da diventare definitiva e mentre Washington e Israele giocano una partita di potere, l’Europa rischia di rimanere spettatrice della propria marginalizzazione.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella sequenza che si ripete ormai da mesi: si combatte, si minaccia, si negozia, si annuncia una tregua, si parla di accordo e poi la tregua si rompe o rimane sospesa, nel frattempo muoiono persone, le infrastrutture vengono distrutte, l’economia regionale viene devastata e il prezzo dell’energia ricade anche sulle famiglie e sulle imprese europee.
Nel 2026 Stati Uniti e Iran hanno alternato confronto militare e tentativi diplomatici,un cessate il fuoco di due settimane era stato raggiunto in aprile; a giugno era seguito un memorandum d’intesa mediato dal Pakistan, mentre a settembre Washington e Teheran sono tornati a discutere di una possibile soluzione legata anche alla riapertura dello Stretto di Hormuz,ma a fine settembre il conflitto risultava ancora irrisolto.
La domanda, allora, non è soltanto quando finirà questa guerra.
La domanda è: chi sta acquisendo potere mentre la guerra continua?
Gli Stati non combattono soltanto con missili e droni, combattono con sanzioni, controllo delle rotte commerciali, energia, finanza, alleanze, accesso ai mercati e capacità di dettare le condizioni della diplomazia.
Ed è qui che la crisi iraniana assume una dimensione molto più ampia.
Washington dispone di uno degli strumenti economici più potenti: la capacità di utilizzare il sistema finanziario e le sanzioni per esercitare pressione su Teheran, le trattative attuali ruotano anche attorno a questo rapporto di forza: da una parte il blocco economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti, dall’altra il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, una delle arterie fondamentali del commercio energetico mondiale.
Il risultato è una guerra nella quale il campo di battaglia è anche il mercato globale e quando il petrolio sale, quando il diesel diventa più costoso, quando le rotte marittime diventano più rischiose, il conto arriva molto lontano dal Medio Oriente.
Arriva nelle fabbriche europee, nei trasporti, nelle bollette, nell’inflazione.
Non è necessario sostenere che gli Stati Uniti abbiano deliberatamente creato una guerra infinita per riconoscere un dato: la crisi produce leve geopolitiche che Washington può utilizzare, le sanzioni rafforzano il potere negoziale americano, il controllo delle relazioni finanziarie internazionali consente agli Stati Uniti di condizionare anche Paesi terzi, e il ruolo americano nella sicurezza del Golfo rimane centrale, anche se proprio gli sviluppi del 2026 stanno mostrando tensioni e possibili cambiamenti negli equilibri regionali.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno contribuito alla volatilità del petrolio, le previsioni sul prezzo del Brent per il 2026 sono state riviste al rialzo a causa delle persistenti difficoltà nelle esportazioni del Golfo.
Non significa che ogni aumento del prezzo del petrolio rappresenti un “guadagno americano”: sarebbe una semplificazione, significa però che energia e potere strategico sono inseparabili, e chi controlla più strumenti per intervenire sull’energia, sulla finanza e sulla sicurezza parte da una posizione diversa rispetto a chi dipende dalle decisioni altrui.
Anche per Israele il conflitto con l’Iran non è una semplice guerra convenzionale, il confronto riguarda la sicurezza nazionale, il programma nucleare iraniano, i missili, le capacità militari di Teheran e l’influenza iraniana attraverso gruppi armati nella regione.
Questi elementi sono alla base delle giustificazioni pubbliche israeliane e americane per le operazioni militari, ma una guerra modifica anche gli equilibri politici.
Ridurre le capacità militari iraniane significa modificare il rapporto di forza regionale, e ogni colpo inferto alle infrastrutture militari iraniane può trasformarsi in un elemento di deterrenza per Israele.
Questa è una questione strategica concreta, non serve ricorrere a teorie complottistiche per comprenderla.
E l’Europa? È qui che la storia diventa dolorosa, perché l’Europa è direttamente coinvolta nelle conseguenze della crisi, ma non dispone dello stesso peso nel determinarne gli sviluppi.
Bruxelles ha chiesto ripetutamente cessate il fuoco, rispetto del diritto internazionale, protezione dei civili e libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. L’UE ha inoltre partecipato agli sforzi diplomatici e ha dichiarato di voler sostenere l’attuazione degli accordi.
Ma una cosa è essere al tavolo, un’altra è avere il potere di apparecchiare il tavolo.
Questa differenza è fondamentale, l’Europa ha interessi enormi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente,ha bisogno di energia, sicurezza delle rotte commerciali, stabilità dei prezzi, controllo dei flussi migratori e rapporti economici con una regione strategica.
Eppure troppo spesso sembra reagire agli eventi invece di determinarli, la stessa analisi del Carnegie Endowment ha evidenziato il problema del progressivo ridimensionamento del ruolo europeo nella diplomazia iraniana, ricordando che furono proprio gli europei a svolgere un ruolo centrale nella costruzione dell’accordo nucleare del 2015, questa è forse la vera sconfitta europea, non soltanto economica, ma strategica.
Il problema più grave è che una guerra intermittente può diventare una condizione permanente, un giorno si parla di pace,
il giorno dopo di escalation, poi arrivano i mediatori, poi le sanzioni, poi un memorandum, poi nuove accuse, poi nuove minacce, ed in perverso gioco dell’ oca di ricomincia da capo.
Nel frattempo, l’Iran paga un prezzo enorme,le sanzioni e il conflitto hanno aggravato una situazione economica già drammatica, mentre il blocco e le tensioni sulle esportazioni hanno colpito anche la popolazione.
Ma paga anche l’Europa, nel settembre 2026 i timori per le forniture energetiche europee sono aumentati ulteriormente, anche perché gli Stati Uniti hanno valutato restrizioni alle esportazioni di diesel proprio mentre il mercato europeo era sottoposto alla pressione dei conflitti in Medio Oriente e Ucraina.
È difficile immaginare una fotografia più chiara della vulnerabilità europea: l’Europa subisce gli effetti di decisioni energetiche e strategiche prese anche fuori dall’Europa.
A chi serve allora questa guerra?
La risposta più seria non è cercare un unico beneficiario, una guerra di questa portata produce vincitori e perdenti diversi a seconda del settore, del momento e dell’orizzonte temporale.
Alcuni attori possono acquisire leva diplomatica, altri possono rafforzare la propria posizione militare, altri ancora possono beneficiare, almeno temporaneamente, della volatilità dei mercati energetici.
Ma questo non significa che la guerra sia vantaggiosa nel suo complesso per uno specifico Paese, ed è proprio questa la tragedia, perché mentre gli Stati cercano vantaggi relativi, le società pagano costi assoluti, e il rischio è che la ricerca del vantaggio strategico diventi una spirale dalla quale nessuno riesce più a uscire.
L’Europa non può limitarsi a contare i danni, la questione iraniana dovrebbe costringere l’Europa a una domanda molto più scomoda: vuole essere una potenza geopolitica oppure soltanto un grande mercato che reagisce alle decisioni altrui?
Perché non basta dichiararsi favorevoli alla pace,
non basta evacuare cittadini, non basta inviare aiuti,
non basta chiedere moderazione.
Sono tutte azioni necessarie, ma non equivalgono a una strategia geopolitica autonoma, l’Europa avrebbe bisogno di costruire capacità diplomatiche, energetiche, militari ed economiche coerenti con i propri interessi e con il proprio peso, per poter dire una cosa molto semplice: questa guerra riguarda anche noi, quindi anche noi dobbiamo avere voce nel modo in cui finirà perché la pace non può essere una parentesi tra due guerre
Il punto più inquietante della crisi iraniana è proprio questo: la pace rischia di diventare soltanto una pausa tattica.
Un accordo viene raggiunto perché serve a prendere fiato,
una tregua serve a riorganizzarsi, un negoziato serve a guadagnare tempo e poi il ciclo ricomincia.
Se questo schema diventa normale, la diplomazia perde la sua funzione più importante: impedire che la guerra diventi il metodo ordinario della politica internazionale.
L’Iran è oggi uno dei luoghi in cui si misura questa trasformazione e l’Europa è davanti a un bivio storico, può continuare a subire gli effetti delle crisi decise altrove, oppure trasformare questa ennesima emergenza in una presa di coscienza, perché la domanda non è soltanto: “Chi vincerà la guerra in Iran?” La domanda, molto più inquietante, è: “Che cosa resterà dell’autonomia strategica europea quando la guerra sarà finita?” E forse è proprio questa la partita che l’Europa non può più permettersi di perdere.