Scrivo perché sono indignato per quanto accaduto in questi giorni nelle nostre città, scrivo perché guardando le immagini di guerriglia urbana, devastazioni e saccheggi che continuano a scuotere i nostri centri, mi chiedo da dove nasca davvero tutto questo e chi c’è dietro. Tra manuali digitali, tattiche che arrivano da lontano e il forte sospetto di una regia occulta, mi sono convinto che siamo di fronte a una vera e propria strategia eversiva. Il logoramento del sistema stato e delle genti che assorbendo questa costante tensione prima o poi perdono il lume della ragione.
Quella a cui assistiamo oggi nelle nostre piazze non mi sembra affatto l’ennesima fiammata spontanea di rabbia giovanile. Analizzando come si muovono e come agiscono nei cortei a Milano, Torino e Bologna, vedo chiaramente il profilo di una struttura organizzata: una rete capace di usare il web per muovere le persone come pedine e trasformare il disagio sociale in una “massa di manovra” da scagliare contro le istituzioni.
Tutto sembra ruotare attorno a questa sigla — il “Movimento 17 ottobre” — che prende il nome dal giorno delle prime grandi manifestazioni degenerate in scontri violentissimi. È una realtà nata e cresciuta su TikTok, Instagram e Telegram, capace di mettere insieme due mondi: da una parte i ragazzi delle periferie in cerca di sfogo o di visibilità sui social, dall’altra le frange più dure dell’antagonismo e dell’estremismo politico.
Ciò che mi spaventa di più non sono solo i numeri, ma il metodo: sui loro canali social girano senza farsi problemi veri e propri vademecum su come affrontare le forze dell’ordine, come evitare di essere identificati e come mantenere la piazza in uno stato di “mobilitazione permanente”.
Io vedo un chiaro parallelo con la Spagna e le sue tattiche trasversali. Non credo che quello che succede in Italia sia un caso isolato. Guardando a quanto accaduto in contesti come Ceuta o Madrid, ritrovo gli stessi identici schemi e una vera e propria strategia transnazionale. (È chiaro, la Spagna deve pagare il prezzo della disobbedienza ai grandi della terra…). Vedo l’uso di slogan coordinati, la circolazione delle stesse guide d’azione e una precisa volontà di scavalcamento dei corpi intermedi tradizionali — come sindacati o partiti — per parlare direttamente alla pancia della piazza. E poi c’è la solita tecnica del “blocco nero” e della guerriglia “usa e getta”: piccoli gruppi che spaccano vetrine, devastano e poi si dissolvono in un secondo tra la folla. È un copione collaudato che arriva da fuori e non me lo toglie nessuno dalla testa.
Di fronte a una violenza così coordinata e rapida in tutta Italia, la domanda che mi pongo (e che dovremmo farci tutti) è una sola: chi c’è davvero dietro a tutto questo?
Io vedo due possibili risposte, ma la prima è quella che mi convince di più, perché non credo minimamente alla sola “intraprendenza giovanile”. Questa non è una semplice protesta: questa è guerra ibrida. Credo che dietro ci sia una mente strategica esterna, esperta in ingegneria sociale e guerra psicologica. Reti o potenze straniere che conoscono perfettamente le nostre debolezze e usano il web, i bot e i manuali di eversione per soffiare sul fuoco del disagio sociale. Usano i ragazzi delle nostre periferie come ignara “carne da cannone” o soldati per procura, al solo scopo di paralizzare lo Stato, logorare le forze dell’ordine e destabilizzare il Paese dall’interno.
La seconda ipotesi resta quella della rete fluida e digitale, dove bastano pochi collettivi ben organizzati dietro un canale Telegram per sincronizzare il caos in tutta Italia nel giro di poche ore, sfruttando la velocità della rete.
Che ci sia una mente direttiva o una convergenza di gruppi sovversivi che usano le nuove tecnologie, per me il dato finale non cambia: il confine tra il diritto di manifestare e la violenza premeditata è stato ampiamente superato.
Quando la piazza si trasforma in un’arma di scontro e in una caccia all’uomo, penso che lo Stato non debba più usare mezze misure: servono fermezza assoluta, certezza della pena e una difesa intransigente della sicurezza dei cittadini perbene.
Ma c’è un’ultima riflessione ricordiamo come è scoppiata la Prima Guerra Mondiale? A Sarajevo non c’era un esercito schierato, ma un gruppo di ragazzi esaltati armati e manovrati da una regia ombra — la Mano Nera — convinti di combattere per la propria causa. Non sapevano di essere soltanto il fiammifero umano usato per far saltare in aria la polveriera europea e spalancare le porte al massacro globale.
Ecco, guardando queste piazze oggi, il dubbio nasce: tutto questo caos, questa violenza organizzata e la rabbia dei nostri giovani usati come carne da cannone, sembra che servano proprio a creare la “scintilla di Sarajevo” del XXI secolo. Un diversivo o un pretesto per distrarre le masse e destabilizzare il fronte interno, mentre sullo scacchiere del mondo si mobilitano gli eserciti e si preparano scontri di ben altra portata.
VIOLENZA ETEROGUIDATA

