G come GUERRA

Siamo entrati in una spirale pericolosa, nella quale la guerra sembra avere progressivamente sostituito la diplomazia come strumento ordinario di gestione delle controversie internazionali.
È questa la vera tragedia del nostro tempo: non soltanto il rumore delle bombe, ma il silenzio della politica.
Quando la diplomazia fallisce, quando la mediazione viene considerata debolezza, quando il compromesso viene scambiato per una resa e la forza militare diventa la prima risposta alle crisi, il diritto internazionale rischia di trasformarsi in una decorazione istituzionale. Eppure il diritto dice esattamente il contrario.
L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite impone agli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato. E l’articolo 33 stabilisce che, nelle controversie suscettibili di mettere in pericolo la pace, le parti debbano innanzitutto cercare una soluzione attraverso negoziati, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziario o altri mezzi pacifici. (Nazioni Unite⁠)
Non sono parole poetiche. Sono obblighi giuridici e allora dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda semplice e terribile: che cosa è rimasto della diplomazia internazionale?
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran rappresenta oggi uno dei simboli più evidenti di questa deriva, in questo anno abbiamo assistito a una successione di attacchi, minacce, ripensamenti, aperture diplomatiche e nuove escalation, le dichiarazioni provenienti da Washington hanno mostrato più volte una politica oscillante tra pressione militare e ricerca di un accordo. Proprio nelle ultime settimane, le prospettive di una tregua sono tornate al centro delle trattative, mentre la situazione nello Stretto di Hormuz continua a condizionare la sicurezza energetica mondiale.
Questo non significa che ogni scelta americana sia illegittima, né che l’Iran possa essere assolto dalle proprie responsabilità, significa, piuttosto, che la guerra non può diventare una politica estera permanente.
L’articolo 51 della Carta ONU riconosce il diritto individuale e collettivo alla legittima difesa quando si verifica un attacco armato, ma questo diritto non costituisce una licenza generale alla guerra senza limiti: le misure adottate devono essere comunicate al Consiglio di Sicurezza e restano inserite nel sistema collettivo di sicurezza previsto dalla Carta. (Nazioni Unite⁠), e soprattutto esiste una distinzione che non possiamo dimenticare: la legittimità dell’uso della forza e la legalità delle modalità con cui la guerra viene combattuta sono questioni diverse.
Anche quando un’azione militare viene rivendicata come legittima, il diritto internazionale umanitario continua a imporre distinzione tra civili e combattenti, proporzionalità degli attacchi e precauzioni per ridurre il danno alla popolazione civile.
Israele vive una condizione di sicurezza drammatica e reale,gli attacchi contro civili israeliani, gli ostaggi e il terrorismo non possono essere minimizzati né giustificati, ma proprio perché la sicurezza di Israele è una questione reale, bisogna avere il coraggio di dire che la sicurezza non può essere costruita indefinitamente sulla distruzione e sull’umiliazione dell’altro.
Il rischio è quello di trasformare una guerra in una memoria collettiva di odio, ogni bambino ucciso, ogni famiglia distrutta, ogni città ridotta in macerie produce una memoria che non scompare con un comunicato diplomatico. La guerra può vincere una battaglia e contemporaneamente perdere una generazione.
Sul piano giuridico, la questione è ancora più seria,la Corte internazionale di giustizia, nel procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio, ha indicato misure provvisorie vincolanti e ha imposto a Israele obblighi specifici di prevenzione degli atti rientranti nella Convenzione, di protezione della popolazione palestinese e di garanzia dell’assistenza umanitaria.
Questo non equivale a dire che la Corte abbia già pronunciato una sentenza definitiva sul merito dell’accusa di genocidio, e’una distinzione giuridica fondamental, ma è altrettanto fondamentale non fingere che quelle ordinanze non esistano.
Il diritto internazionale non chiede di scegliere tra la sicurezza degli israeliani e la dignità dei palestinesi, chiede di proteggere entrambe.
Poi c’è l’Ucraina.
Un Paese devastato da anni di guerra, con una popolazione che porta sulle proprie spalle il peso umano, economico e psicologico di un conflitto che non sembra ancora trovare una conclusione.
Dire che la pace è necessaria non significa legittimare l’invasione russa.
Significa riconoscere che ogni guerra deve avere un punto nel quale la politica riprende il posto delle armi, nessuna soluzione può essere imposta ignorando la sovranità e la volontà degli ucraini,ma neppure si può costruire una strategia indefinita sull’idea che la soluzione arriverà esclusivamente attraverso la distruzione dell’avversario.
La discussione sul Donbass, sui territori occupati, sulle garanzie di sicurezza e sull’eventuale autonomia dovrà essere affrontata dentro un accordo politico complessivo, non decisa dalle bombe.
E mentre oggi persino una possibile moratoria sugli attacchi alle navi civili del Mar Nero appare difficile da realizzare, la guerra continua a colpire anche ciò che dovrebbe essere estraneo alla logica militare: il commercio, il grano, la navigazione, l’economia mondiale…
La pace è il momento nel quale si decide che un altro morto non migliorerà la posizione di nessuno.
In tutti questo l’ Europa non c’è, un continente che vorrebbe essere potenza economica, attore geopolitico, garante dei diritti e protagonista della pace, troppo spesso appare paralizzato dalle proprie divisioni.
L’Europa avrebbe una responsabilità storica enorme: costruire una politica estera capace di parlare contemporaneamente con Washington, Mosca, Kyiv, Gerusalemme, Teher, Pechino.
Perché una potenza politica non si misura soltanto dal numero dei carri armati che possiede, ma dalla capacità di impedire che vengano utilizzati.
Sarebbe ingenuo pensare che le guerre siano soltanto il risultato delle decisioni di alcuni leader.
Energia, gas, petrolio, minerali strategici, rotte commerciali, infrastrutture portuali, tecnologie, semiconduttori, terre rare: il nuovo ordine mondiale passa da qui.
La Cina non “occupa” l’Africa in senso militare, ma sarebbe altrettanto miope ignorare la profondità della sua presenza economica, infrastrutturale e strategica nel continente. La Cina è oggi il principale partner commerciale dell’Africa e sta rafforzando la propria influenza nelle infrastrutture marittime, nei porti, nei minerali e nei sistemi finanziari.
Questo non è necessariamente un processo di conquista, è qualcosa di più complesso e, proprio per questo, più importante da comprendere: è la trasformazione del potere mondiale attraverso l’economia.
Le rotte marittime stanno tornando a essere frontiere geopolitiche, lo Stretto di Hormuz ne è l’esempio più drammatico: una crisi regionale può trasformarsi rapidamente in una crisi energetica globale, perché attraverso quel corridoio passa una quota enorme del commercio mondiale di petrolio.
È arrivato il momento di fare un bilancio, quanto costa una guerra?
Non soltanto in dollari, euro o rubli.
Quanto costa in bambini? In ospedali, in scuole, depressione, in migrazione, fame, infrastrutture distrutte, generazioni cresciute con il rumore degli aerei militari?
Quanto costa alla sicurezza futura?
Perché ogni guerra produce anche la guerra successiva.
E qui il diritto internazionale assume un significato che va oltre i tribunali, la disciplina dei conflitti armati non è stata costruita per rendere la guerra più efficiente, ma per limitarne la barbarie.
Il diritto umanitario impone che anche durante la guerra siano rispettati i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione; vieta gli attacchi indiscriminati e tutela la popolazione civile.
E quando l’uso della forza costituisce una violazione manifesta della Carta ONU, il diritto penale internazionale può arrivare persino a qualificare determinate condotte come crimine di aggressione, secondo i criteri dello Statuto di Roma.
La storia, quindi, non assolve automaticamente i vincitori.
C’è infine una variabile che le cancellerie continuano a non considerare: il clima.
Desertificazione, scarsità d’acqua, migrazioni, perdita di terre coltivabili, eventi meteorologici estremi e competizione per le risorse possono modificare profondamente gli equilibri geopolitici.
Le guerre di domani potrebbero non nascere soltanto per il petrolio, potrebbero nascere per l’acqua, per il cibo, per le terre abitabili, per le rotte migratorie, per l’accesso ai minerali indispensabili alla transizione energetica.
Scopriremo, allora, che abbiamo speso migliaia di miliardi per prepararci alle guerre del passato mentre il mondo cambiava sotto i nostri piedi.
G come GUERRA, ma anche G come Governo del mondo, forse dobbiamo ricominciare da una parola dimenticata: pace.
Non la pace ingenua, non la pace come slogan.
La pace come progetto politico, economico e giuridico, una pace che non significhi impunità per chi aggredisce, ma nemmeno vendetta permanente, una pace che riconosca la sicurezza di Israele senza negare i diritti dei palestinesi, una pace che riconosca la sovranità dell’Ucraina senza impedire per sempre qualsiasi negoziato.
Una pace che affronti le ambizioni iraniane senza trasformare l’Iran in un campo di battaglia permanente, una pace che obblighi le grandi potenze a rispondere delle proprie azioni davanti alle istituzioni internazionali, una pace nella quale l’Europa smetta di essere spettatrice.
E soprattutto una pace nella quale la diplomazia torni a essere considerata uno strumento di forza e non una confessione di debolezza, perché continuare a sparare è facile, difficile è sedersi intorno a un tavolo quando si è ancora pieni di rabbia,
è ascoltare chi ci considera nemici, difficile è rinunciare alla vittoria assoluta per salvare ciò che può ancora essere salvato.
Ma la politica, quella vera, nasce proprio lì, quando il generale comprende che non esiste una bomba capace di distruggere l’odio e comprende che nessuna vittoria militare può garantire da sola la pace dei figli.
Quando l’economia comprende che un pianeta devastato non è un mercato e quando, infine, l’umanità comprende che il costo della guerra può diventare superiore al costo della pace.
E forse sarà proprio il cambiamento climatico, più delle dichiarazioni dei leader, a costringerci finalmente a questa verità, perché quando acqua, cibo, energia e territori abitabili diventeranno le nuove frontiere della sicurezza, non ci sarà più tempo per giocare alla guerra infinita.
A quel punto, tutti saranno costretti a parlare, non perché saranno diventati più buoni, ma perché avranno finalmente capito che sparare non risolve le crisi: le trasferisce alle generazioni successive.
Allora la parola più importante non sarà più G come GUERRA, sarà G come GOVERNO, G come GIUSTIZIA, G come GIUSTEZZA, G come GENERAZIONE.
E soprattutto: G come GIORNO in cui si tornerà a parlare invece di sparare.