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Mentre il mondo si è concentrato sulla gestione di COVID-19 e le risorse dell'apparato di sicurezza hanno affrontato l'epidemia, trasformando le istituzioni in modo da applicare restrizioni e mantenere le distanze sociali, le minacce alla sicurezza più tradizionali hanno operato con meno pressione e in crescita. Tracciare i segni delle attività terroristiche negli ultimi mesi suggerisce che continuano a operare in tutta la regione, dalla Somalia alla Siria, dalla Libia all'Iraq, all'Egitto, allo Yemen, all'Afghanistan e in tutta l'Asia centrale.

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Il blocco causa coronavirus non ferma gli aerei provenienti dalla Turchia. Nessuno sa cosa trasportino in Libia. Intanto aumentano scontri armati e rischio contagi

Molti Paesi stanno combattendo la propria battaglia contro il Covid-19, virus che nel giro di un paio di mesi ha stravolto le nostre abitudini e fatto soccombere migliaia di persone. Anche i paesi dell’area del Mediterraneo stanno mettendo in campo quanto possono per evitare la catastrofe e scongiurare la morte dei propri cittadini, ma non stanno facendo solo quello.

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Continua su più fronti l’audace linea politica estera della Turchia nel Mediterraneo. Il fronte che più ci interessa è quello dello scacchiere libico che per tante ragioni sta a cuore all’Italia. La Turchia incurante delle decisioni prese alla conferenza di Berlino, ha continuato e continua tutt’ora a fornire di armi l’esercito di Sarraj.

È delle ultime ore la notizia che la polizia italiana ha fermato una nave nel porto di Genova e che il comandante sia stato arrestato perché accusato di traffico internazionale di armi. Un testimone, componente dell’equipaggio, avrebbe fatto verbalizzare che la nave, che secondo i documenti ufficiali doveva trasportare automobili, in realtà durante una parte del suo viaggio ha trasportato e consegnato armi e attrezzatura dalla Turchia alla Libia.

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La Turchia ormai da diversi mesi ha incrementato la sua presenza in Libia, in prima battuta appoggiando il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al Sarraj, inviando armamenti e attrezzature militari. Successivamente ha stipulato un accordo con lo stesso governo per lo sfruttamento delle risorse petrolifere nella Zona Economica Esclusiva libica decretando di fatto una presenza economica oltre che militare.

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Turchia: il miraggio ottomano di Erdoğan

Sabato, 08 Febbraio 2020 23:55

Turchia in primo piano nelle tensioni mediterranee che tengono banco e che sono essenzialmente legate alla Conferenza di Berlino sulla Libia e alle trivellazioni turche nelle acque vicine a Cipro.

 

Per ciò che concerne la conferenza di Berlino, che ha visto la partecipazione di numerosi Stati e organizzazioni internazionali, la situazione libica non sembra pervenuta ad una svolta.  Oltre all’accordo di facciata, in parte predefinito a Mosca e le scenografie diplomatiche, la conferenza ha comunque fatto chiarezza su alcuni punti.

Innanzitutto la consapevolezza che l’Italia abbia ormai perso la centralità nel Mediterraneo. Diversamente avremmo assistito alla “Conferenza di Roma” ed invece scopriamo che la Germania, che finora ha tenuto un basso profilo sulla politica mediterranea, ha un interesse sull’evoluzione della situazione in nord Africa e colma il vuoto diplomatico e politico lasciato dal nostro Paese.

La seconda riflessione pone alla ribalta la rinnovata politica estera della Turchia, che si è guadagnata, insieme alla Russia, un ruolo centrale per una soluzione diplomatica della crisi libica. Due Paesi che più di ogni altro hanno accresciuto la propria influenza in Libia, a discapito dell’Italia.

Mai come oggi la Turchia, considerata una potenza di medio “cabotaggio”, è stata così onnipresente. La si ritrova protagonista in ogni situazione critica nel bacino del Mediterraneo o in Medio Oriente. Prima in Siria, a seguire in Libia e poi sul fronte della gestione dei rifugiati: la politica estera turca si sta muovendo su più ambiti, quelli più caldi, con un solo obiettivo: costruirsi una centralità ineludibile nello scacchiere mediterraneo e medio orientale.

La Turchia accarezza in pratica il sogno-progetto di tornare agli splendori del periodo imperiale. Una linea politica chiara e perseguita con disinvolta perseveranza.

Influenzare le sorti della Libia, a suo tempo parte dell’Impero ottomano prima di diventare colonia italiana e tutto il Mediterraneo rientra a pieno titolo nel programma governativo. L’avvio di questo progetto è rappresentato dall’accordo libico-turco sui confini marittimi, osteggiato da Grecia, Egitto e Cipro, e che in pratica divide in due il Mediterraneo.

Con questo patto la Turchia si garantisce l’utilizzo dei gasdotti che rientrano in un quadrante marittimo posto fra le coste del Nord Africa e quelle della Turchia. Recep Tayyip Erdoğan cerca così di rendersi energicamente indipendente dalla amica-nemica Russia, che sta già arrivando in Turchia con Gazprom.

Il  sostegno turco ad Al Sarraj è incentrato essenzialmente  sulla protezione dell’accordo commerciale. Che il petrolio sia centrale nella vicenda  è evidenziato  anche dalle azioni di Haftar che prima della conferenza di Berlino ha chiuso i pozzi della Cirenaica, per lanciare un messaggio preciso alla Turchia: “finché i turchi sono in Libia niente petrolio”. Malgrado l’ultimatum non pare tuttavia che i turchi si siano scomposti più di tanto.

Nel Mediterraneo orientale, poi le navi battenti bandiera turca, Barbaros, Fatih, Yavuz, Oruç e Reis sorvegliano le trivellazioni a largo di Cipro.

La stessa Unione Europea e non da sola si è detta preoccupata per le possibili ripercussioni internazionali della vicenda, ma non pare che ciò impensierisca Ankara, che prosegue trivellazioni ed ricerche.

Un altro fronte aperto, che interessa da vicino anche l’Europa, è quello dei rifugiati siriani ospitati in territorio turco. Erdoğan si è recato a Berlino anche per chiedere all’Unione Europea di mantenere fede agli accordi e finanziare il proprio governo per la gestione dell’annosa questione.

Il leader turco ha proposto la creazione di una zona cuscinetto in territorio siriano in cui i rifugiati possano vivere provvisoriamente.

Sulla gestione umanitaria del flusso dei rifugiati la Turchia è nuovamente in una posizione di forza nei confronti dell’UE, che appare divisa, non univoca ed inefficace su molti fronti: primo fra tutti la politica estera.

La Turchia è ben conscia delle difficoltà europee e su questo fa abilmente leva per raggiungere i suoi obiettivi. La domanda che in molte capitali si pongono è: fino a dove e fino a quando?

Emanuela Locci – PhD di Storia e Istituzioni di Asia e Africa presso il Dipartimento storico politico e internazionale della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Cagliari

Fonte: https://www.groi.eu/bl1pv

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Le mani della Turchia sul Mediterraneo

Lunedì, 03 Febbraio 2020 12:59

La mire espansionistiche turche si stanno manifestando in tutta la loro natura. Il governo turco, dal momento in cui Mosca e Ankara hanno ripreso una intensa attività diplomatica e di collaborazione in ambito internazionale, ha portato avanti una politica estremamente aggressiva e ambiziosa verso ovest. La Turchia ha costruito una fitta rete di organizzazioni statali e parastatali che progressivamente hanno penetrato i contesti europei e nord-africani, divenendo di fatto un attore di primo piano per gli equilibri geostrategici dell’area del Mediterraneo. Energia e difesa stanno trainando le politiche estere di Erdogan, che approfittando della natura islamista del suo governo, infiltra i governi e i movimenti politici algerini, tunisini, libici, egiziani, serbi, macedoni, greci, albanesi, bosniaci. Agendo rapidamente e mediante la messa a disposizione di grandi risorse, la Turchia infatti sta - già da alcuni anni - influenzando le politiche energetiche balcaniche, in considerazione dell’attenzione strategica che nei prossimi decenni investirà l’area dell’Adriatico. 

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Lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha guidato la delegazione degli Emirati Arabi Uniti alla riunione ministeriale sulla Libia, che era stata richiesta da Francia e Italia a margine della 74 a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha aperto i battenti il 24 settembre e si concluderà il 30.

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Nel difficile contesto libico, martoriato da anni di conflitto, divisioni interne, ingerenze straniere aggressive, il ruolo di alcuni attori esterni si contraddistingue per pragmatismo e visione a lungo termine.

È il caso degli Emirati Arabi Uniti, un paese che ha mostrato grande interesse verso una risoluzione pacifica e politica della crisi libica. Abu Dhabi ha sempre operato dimostrando la volontà di interloquire con tutti gli attori interessati nell’ottica di un dialogo ampio tra le parti, affinché nessuno potesse rimanere escluso da un percorso che necessariamente deve dimostrarsi il più possibile inclusivo.

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Il rischio di una nuova ondata di terrorismo globale potrebbe presto aumentare, poiché Daesh sta cercando di rigenerarsi dopo la sconfitta in Siria e Iraq. Le attuali dinamiche in Siria in realtà favoriscono il riavvio delle attività del gruppo. Confusione e caos regnano nel nord del paese mentre la battaglia di Idlib continua. I combattimenti in Idlib potrebbero essere una delle ultime battaglie decisive contro la roccaforte di un estremista, ma se non si risolveranno presto, potrebbero portare alla diffusione di combattenti, molto probabilmente in Asia centrale o in Libia.

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Libia: un futuro sempre più incerto

Domenica, 14 Aprile 2019 18:13

Le posizioni di Italia e Francia sulla crisi libica sono ancora distanti: mentre Roma ha pubblicamente preso le distanze dalla campagna militare di Haftar già dal 2014, Parigi non ha esitato a sostenere il feldmaresciallo negli scorsi anni. 

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