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22-01-2015

Medio Oriente: occhi sullo Yemen

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Dall’unificazione a oggi: le presidenze di Saleh a Hadi 

La Repubblica Unita dello Yemen, nata nel 1990 dalle ceneri dello Yemen del Nord (Repubblica Araba dello Yemen) e quello del Sud (Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), ha avuto in 'Ali 'Abd Allah Saleh il suo primo presidente (ininterrottamente in carica dal 1990 al 2012). Episodi di violenza interna hanno caratterizzato i primi anni della neonata Repubblica, episodi concentratisi in particolar modo nel corso del 1994 a causa di spinte secessioniste provenienti da personalità politico-militari del vecchio Yemen del Sud.

Dopo un decennio di relativa calma, nuove violenze esplosero nel 2004 coinvolgendo, da un lato, le forze governative e, dall’altro, i seguaci del leader religioso sciita Hussein Badreddin al-Houthi. A intensità diverse, il confronto si protrasse fino al 2010, nonostante la proclamazione di due cessate-il-fuoco firmati dal governo e da Abdul-Malik al-Houthi (figlio e successore di Hussein Badreddin, ucciso nel 2004). Gli eventi presero una nuova piega agli inizi del 2011 quando l’onda d’urto prodotta dalle proteste di piazza in Tunisia investì le coste yemenite. In seguito a mesi di forti scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza, nel novembre dello stesso anno Saleh decise consegnare lo “scettro del potere” nelle mani del suo vice, Abdrabbuh Mansour Hadi, che fu eletto formalmente nel febbraio del 2012.

La rivolta degli Houthi

Il gruppo (o setta) sciita degli Houthi nacque nei primissimi anni ’90, quasi parallelamente rispetto al processo di unificazione dello Yemen del Nord con quello del Sud. Gli Houthi prendono il nome dalla famiglia fondatrice, gli al-Houthi. Sempre in conflitto con l’ex presidente Saleh, il gruppo è rimasto costante protagonista degli scontri susseguitisi dal 2004 a oggi, tenacemente alla ricerca di una diversa distribuzione del potere. Nel settembre scorso, i ribelli riuscirono a irrompere nella capitale, Sana'a, prendendo il controllo su di essa. Dopo aver occupato gli uffici istituzionali e quelli d’informazione, negli ultimi giorni hanno stretto d’assedio la residenza presidenziale per poi farvi irruzione. A quanto si può apprendere, il presidente Hadi sarebbe stato fatto prigioniero e sarebbe in procinto di firmare un accordo che prevede la formazione di un nuovo governo e una modifica della costituzione che garantisca a una maggiore presenza degli Houthi in parlamento e nelle istituzioni statali. 

Ripercussioni politiche e strategiche

Inevitabilmente, la ribellione degli Houthi intacca in qualche modo gli equilibri politici e strategici nella regione. Anche se l’accordo di cui si parla nelle ultime ore potrebbe favorire un graduale ritorno alla “normalità”, gli Stati Uniti assistono alla vicenda con una certa apprensione dal momento che la Repubblica Unita ricopre un ruolo strategico cruciale nella campagna contro il terrorismo internazionale. Pur essendo gli Houthi stessi in lotta contro le ramificazioni di al-Qaeda presenti in Yemen (al-Quaeda in the Arabian Peninsula – AQAP), non è ancora del tutto chiaro come il gruppo – storicamente anti-americano e anti-israeliano – intenda rapportarsi con Washington. Inoltre, la possibilità che la situazione riprenda a deteriorarsi preoccupa la Casa Bianca giacché uno scenario di questo tipo favorirebbe sensibilmente le forze qaediste in Yemen. Infine, sale la preoccupazione anche in Arabia Saudita che paventa forti squilibri sentendosi accerchiata dall’Iran e dai suoi sostenitori, dallo Stato Islamico in Iraq e in Siria e dalle ramificazioni di al-Qaeda come l’AQAP, al-Nusra e al-Shabaab. 

© Riproduzione Riservata

Alessandro Mazzilli

Laurea in Scienze Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino.

Esperto in Politica Estera di Difesa e Sicurezza e sulle relazioni Euro – Atlantiche.

Analista Geopolitico

Consulente in Servizi di Stuarding e controlli di sicurezza.

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